Se penso a una mostra che indichi l’attività di un carcere, penso fondamentalmente ad un progetto abbastanza ampio che dovrebbe dare l’idea che in quel luogo il pensiero, l’uomo e la materia siano in costante tensione metafisica.
E allora penso che sarebbe una bell’ipotesi concentrare in uno stesso luogo alcuni esempi di questo complesso linguaggio visivo, passando attraverso l’uomo che è, e rimane, al centro del nostro problema.
Sarà una mostra fatta di oggetti: gli stessi oggetti d’uso quotidiano che in questo momento si usano all’interno delle celle.
Oggetti costruiti dai detenuti: un cucchiaio, una sedia, un forno avvolto da fogli d’alluminio, ma anche un santino, una croce, una bambola…

 
I detenuti a San Vittore sono circa 1.400, ognuno dei quali ha costruito qualcosa con infinite forme, infinite narrazioni, infiniti pensieri, infinite dilatazioni, infinite assenze.
Non so se questi oggetti siano belli o brutti, utili o inutili, micro o macro-cosmici, del resto non è quello il loro piccolo scopo, perché il loro scopo è senza tempo.
Anzi la mostra ’senza tempo’ è l’occasione, il pretesto, l’esperienza di fare un progetto indefinito che vaghi al di fuori delle dimensioni limitate del progetto stesso come succede ai pescatori che tirano all’infinito la rete e mai sapranno cosa accadrà.
È anche il tentativo di ottenere un risultato non mediocre da un insieme di condizioni mediocri.
 
Detto questo è chiaro che la mostra non è per niente una mostra ma un’allegoria, un ex-voto, una metafora per altri problemi, un pendolo sospeso sulla storia delle immagini, una specie di banalità condotta al suo stato di classicismo.
Ecco perché questa mostra è di natura romantica, buia e luminosa insieme, sporca e pulita, grigia e colorata: se c’è un letto, sai che qualcuno all’infinito si girerà sopra insonne; se c’è uno specchio, sai che all’infinito accumulerà in sé immagini di peccato; se c’è un cassetto, sai che sempre nasconderà lettere segrete (e perciò è più bello dentro che fuori); se c’è una piccola credenza, sai che qualcuno vorrà ritrovare in essa antiche memorie, costretto poi a sostituirle.
Cosi sarà questa mostra.
Un mostra anomala, costituita da un centinaio di pezzi accompagnata da un piccolo catalogo progettato internamente al carcere.
Il suo nome è: “Senza tempo”’.