Essere o non essere
io sono me stesso
questo è un problema.”
(un detenuto)

Tutti siamo un segreto per noi stessi e il problema consiste nel riuscire a svelarci, a noi stessi e agli altri.
Abbiamo chiesto ai detenuti di San Vittore e a scrittori, artisti, filosofi di scrivere un breve segreto.
Storie, poesie, piccole considerazioni.
Ne è uscita una piccola collana di minuscoli libri, ciascuno dedicato ad un autore. Libri minuscoli da leggere in segreto e scambiarsi come foglietti segreti, così semplici e particolari che si possono tenere in tasca per ogni evenienza o in piedi sulla scrivania, con la fotografia di chi ci ha regalato il suo segreto (tutti l’hanno scritto gratis) entrando nella nostra cospirazione.
La cospirazione di chi si racconta i segreti.
E di quelli che raccontandosi i segreti sgretolano muri e inventano posti di lavoro e di libertà per i detenuti che possono ottenere di uscire dal carcere.

 

STORIA O LEGGENDA DEL BARONE RECLUSO

Del barone di Stefano si diceva che avesse commesso qualche specie di sgarro nei confronti del boss della sua zona, Castelvetrano, e che da questi fosse stato condannato a morte con pena commutata poi allergastolo. Così si spiegava il fatto che a un certo punto della sua vita il barone decise di ritirarsi dalle sue tenute e vivere per sempre all’Hotel delle Palme di Palermo. Dicevano che da lì in cinquant’anni non fosse uscito mai, nemmeno una volta. Ma non era vero, perché ogni tanto, addirittura, partiva per andare a sentire un Trovatore che davano in qualche capitale europea. A Palermo, però, nessuno poté dire di averlo avuto ospite fuori dalle mura dell’Hotel delle Palme, e nemmeno lo videro tornare mai a Castelvetrano.
Soprattutto: a nessuno volle mai spiegare il perché di quella reclusione, volontaria o meno che fosse. Se una colpa originale c’era, fino alla morte del barone e anche dopo, adesso, nessuno la seppe mai.

Roberto Alajmo
scrittore

 

Rivelazione

Al Grande Giornalista: era questa l’intestazione, la busta non portava altre indicazioni. L’affrancatura era ordinaria e si staccava piegandosi appena sull’avorio striato della carta. Lui si era domandato come, senza indirizzo, la lettera fosse arrivata sino a lui. Una domanda che per senso del fatale aveva immediatamente scacciato. All’interno, nel foglio, c’era un messaggio a penna, tracciato con segni veloci di scrittura, con negligenza: “se verrà le svelerò quello che non ho mai voluto dire... Sotto, l’indirizzo, l’ora e una pianta schizzata a matita per trovare il luogo dellappuntamento.
Era andato. A piedi aveva percorso il boschetto di faggi. Dopo un’accurata perlustrazione della casa misteriosa e una lunga attesa aveva fatto un’altro giro e si era accorto di una scala. Era sceso così in cantina e nella penombra lo aveva visto, impiccato.
Per vent
anni aveva elucubrato su quel messaggio e su quella morte (peraltro pubblica data la potenza dell’estinto), d’altronde aveva subito lasciato il giornalismo (non senza clamore) e si era ritrovato allimprovviso con molto tempo a disposizione. Aveva personalmente avviato delle indagini, intrapreso dei viaggi, incontrato persone che conoscevano luomo del messaggio, nella speranza di un barlume, inutilmente. Erano trascorsi ventanni in questo modo. Appena sufficienti per decidersi a penetrare veramente il segreto. Così un mattino gelido e luminoso si era naturalmente ritrovato a scrivere lui un messaggio, e con la stessa naturalezza schizzare una piantina, spedire la busta a un suo collega, celebre come era lui all’epoca dei fatti.
E poi era stato facile scendere in cantina e aspettare l
attimo che nessuno avrebbe potuto raccontare.

Roberto Andò

 

Non so dove sei persa lingua
che un tempo parlavi mille dialetti
ora balbetti inciampi
sibilante fax a vuoto nella stanza
segreto crepitare che di notte
- senza segni di riconoscimento -
spinge
tra le atone dune, l’implacabile vento.

Maria Attanasio

 

C’era una volta un agente segreto che era segretamente innamorato della sua segretaria. Ma la segretaria conosceva tutti i segreti dell’agente segreto, comprese le bombe e le stragi, e soprattutto conosceva il grande segreto dell’agente segreto, e cioè che quando l’agente segreto si innamorava non era più capace di tenere un segreto.
Anche la segretaria era segretamente innamorata dell’agente segreto, ma si trovava di fronte ad un dilemma: se dichiarava il suo amore all’agente segreto questo l’avrebbe respinta perché ammettendo anche lui il suo amore segreto avrebbe poi dovuto confessare tutti i suoi segreti e sarebbe finito a marcire in qualche segreta.
Ma se la segretaria non avesse dichiarato il suo amore segreto, c’era il rischio che l’agente segreto si decidesse lui a dichiarare il suo amore segreto per lei e a confessare quindi tutti i suoi segreti. Cosa fece allora la segretaria? Prese una decisione in base alla quale i due si sposarono e nulla più si seppe delle bombe e delle stragi, ma non posso dire quale decisione, perché è un segreto.

Stefano Benni
scrittore

 

Per me il segreto non è un segreto se non un difensivo modo di dire. Infatti chi è possessore di un segreto, dall’angoscia rischia di impazzire. Ed è così che, dopo una leggera resistenza, fa in maniera di liberarsene al più presto. È come sgravarsi da un peso.
Il mondo è pieno di segreti svelati, sì che il segreto in quanto tale è solo una maniera per rifilare ad altri (come fanno i furbastri) responsabilità non desiderate.
È segreto il nome del padre di ogni dio. Ma detto padre è solo cosa del tutto opinabile.

Bruno Brancher
scrittore

 

TUTTO QUELLO CHE HO DA DIRTI
NON SI PUÒ DIRE A PAROLE.
QUESTO PER TE È UN PROBLEMA?
ARRANGIATI!
IO NE HO ABBASTANZA DELLE LAMENTAZIONI!

Giuseppe Caliceti
scrittore

 

Faceva così:
“I segreti li tengono gli angeli,
li nascondon nell’oro dei riccioli”

E poi: “Pissi pissi bau bau”
Ma si lo so che non è farina del mio sacco. Allora sapete cosa vi dico? Ditemi voi di che colore è un segreto. Grosso o piccolo che sia, un segreto ha sempre un colore. Come le scatole dei regali che si fanno a Natale e si scartano sotto l’albero la mattina dopo una notte insonne per l’emozione della sorpresa. Un segreto è un variopinto pacco regalo che non si scarta mai. Sta lì sotto l’albero in attesa che qualcuno lo venga a prendere. E poi passa di mano in mano perché tutti lo bramano e la carta si logora, comincia a vadersi il cartone ruvido. A volte succede che la scatola si sfascia, consunta dagli immorali palpeggiamenti degli avvoltoi.
Oppure un’aquila reale la avvista dall’alto dei suoi cieli, atterrà maestosa mettendo in fuga i tremendi uccellaci, e scopre l’arcano: la scatola è vuota

Alessandro Cavallazzi
pubblicitario

 

Un signore aveva un segreto.
Un vecchio lo aveva pregato di custodirglielo perché lui non ce la faceva più; poco dopo l’amico era morto, rendendolo unico padrone del suo segreto. Era come avere un rottweiler, solo che il segreto era più grosso e feroce. Ad ogni occasione tentava di fuggire e avrebbe potuto anche uccidere qualcuno se l’uomo non l’avesse saldamente incatenato in fondo alla sua coscienza. Il segreto si vendicava ululando e strepitando, specie di notte, quando l’uomo voleva dormire. Finché, logorato dall’insonnia, il poveretto decise di farla finita: chiamò un giornalista, gli affidò il segreto e scomparve.
Il giornalista non si scompose. Costruì un box nella prima pagina del suo quotidiano, ci mise il segreto e lo lasciò latrare a volontà, tutti i giorni. Due settimane di trattamento e il segreto grosso e feroce divenne un pettegolezzo da salotto, più inoffensivo di un pechinese. Poi si ridusse a una chiacchiera da bar. Poi sparì del tutto.

Lia Celi
scrittrice

 

Ps ps ps...
sssss...
non ditelo a nessuno
mi raccomando!
psssss...
zitto!
zitto ho detto!!!
non farlo...
no!
neppure un cenno
ho detto no!!! e no?!!
...e dai!
e basta!
Dai... lo vedi come sei?

non sai mantenere neppure
un piccolissimo segreto
come questo.
E dai!
mi hai deluso...

Perché lo hai fatto?
Come?
Non era un segreto?
Lo dici tu!

Ti avevo raccomandato di non dirlo
di non fare nemmeno un cenno
Ed invece ti si vedeva in faccia
che ce l’avevi, una cosa da non dire,
da non far neppure capire che...?

Cosa?

Ormai è fatta
il segreto è come un profumo
fugge via appena sturi la bottiglia.
...è un profumo dell’anima
la vita è... un segreto,
un profumo.

Riccardo Dalisi
artista
 

Che ci può essere di diabolico in un segreto o meglio che segreto mai può nascondersi dietro un maledetto Satanasso, costretto suo malgrado a fare l’indemoniato, a mostrar la linguaccia, smorfieggiare, sghignazzare, strabuzzar gli occhiacci, sputazzare fiele all’intorno, far rizzare i capelli in testa a più non posso, terrorizzare il prossimo, stipulare patti perdianima?
Non c’è spazio per le sfumature, per i reconditi sentimenti, Belzebù e compagnia bella devono solo svolgere il proprio sporco lavoro, senza fare troppe domande, senza ripensamenti, senza dubbi di sorta. Seminare zizzania, raccogliere tempesta e spargerla a destra e a manca sperando che altri cadano in tentanzione e non si liberino dal male e finiscano dopo morti nelle loro grinfie perché lì si possa arrostire a puntino, infliggergli le raffinate punizioni previste dal regolamento e così sia amen.
Un impuro distillato di perfidia, una macchina di cattiveria approntata sperando che qualcuno ci caschi dentro e ci resti per saecula saeculorum.
Poveri Diavoli, che ne sappiamo noi di loro?
E se non fossero poi tanto cattivi, se ce li avessero costretti? Allora bisognerebbe cercare qualcuno più in alto, più malvaggio ancora, un padreterno intrippato in un brutto viaggio, con la sua smania di metterci continuamente alla prova per vedere se siamo buoni per davvero o se non era tutta una messinscena per ricavare qualche grazia particolare, un tizio che sotto sotto ci gode a vederci traballare, incespicare, infine precipitare, sfracellarci nell’orrido budello infernale fecale quanto basta a gettarci tutti nella merda.
E tutto per il nostro bene, micacazzi.

Pablo Echaurren
designer

 

Entrato in libreria per comprare un manuale di bon ton, Davide scoprì che tutta la sua vita stava scritta in un romanzo. La commessa era sparita oltre la porta che si apriva dietro al banco, e Davide si era messo a sfogliare un libro. Benché non avesse alcuna intenzione di comprarlo l’aveva aperto a caso e aveva letto una decina di righe. Vi si rccontava un episodio dell’infanzia del protagonista: con la scusa di spiegare come ci si siede su uno skylift, il bambino toccava il didietro della tornita cameriera. Davide era arrossito e impallidito nello stesso momento. Senza aspettare che la commessa tornasse,era scappato fuori dalla libreria col libro in mano, era corso a casa e l’aveva divorato in poche ore. La sua vita era lì, indelebilmente stampata in corpo dodici su trecentosedicifogli di carta porosa. In preda a un incontrollabile panico Davide provò a pensare chi poteva avergli tirato uno scherzo del genere. A nessuno aveva mai raccontato tutte quelle cose, i particolari intimi della sua vita sessuale, le sue manie, i suoi vizi solitari. Forse se li era lasciati sfuggire nei momenti di debolezza, ma non tutti alla stessa persona. poteva averli distribuiti così, a casaccio, a una ragazza incontrato in treno, all’operaio del gas, a una prostituta, a un amico che non vedeva da tanti anni. Ora, chi si era preso la briga di riunire tutti questi personaggi? Chi aveva girato il mondo per mettere insieme con infinita pazienza la sua storia? Quanto tempo ci aveva impiegato? Quanti soldi aveva speso? Chi lo odiava al punto da pubblicare i suoi più atroci difetti, le sue bassezze, le sue paure, gli slanci così rari di una vita passata nell’ossessione di ben figurare con gli altri? Davide annotò il nome dell’editore. Il suo primo impulso fu quello di telefonargli per chiedere notizie dell’autore, il cui nome gli suonava come uno pseudonimo, un anagramma, qualcosa nello stesso tempo di strano e di familiare.

Aveva già il telefono in mano quando si blocco. Una domanda cominciò a battergli nella mente come un percussore. Come si chiamava di cognome, lui? Con la mano tremante estrasse dal portafoglio una carta d’indentita spiegazzata e vicina alla scadenza. Davide D. Come si faceva a chiamarsi D col punto di cognome? La gente si chiama Danzi, Dardano, delli, Carri... Fu allora che si ricordò di alcuni particolari che non era mai riuscito a fare quadrare. Di certi amici spariti dalla sua vita in meno di una notte. Di una volta che era stato licenziato da un momento all’altro, con un colpo di scena inaspettato. Si ricordò di tutti gli strani personaggi che avevano accompagnato la sua esistenza, gente non bene delineata, che una volta aveva gli occhiali e la volta dopo non li portava, che continuava a tagliarsi barba e baffi e se li ritrovava cresciuti in un tempo impossibile. Della topografia inesatta della città, che sembrava fosse stata costruita con le confuse indicazioni che si danno ai turisti. Davide D. si ricordò anche di non aver mai sognato, se non quell’unico sogno di un gatto con le ali da pipistrello riportato a pagina centonovantotto del volume. Pensò a certi vuoti che la memoria non riusciva a colmare, al senso di velocità che aveva ossessionato ogni momento della sua esistenza. Si prese la testa fra le mani. Capì. Non viveva a Milano come aveva sempre creduto. Non in Lombardia, neanche in Italia, nemmeno sulla terra. Lui viveva nella mente di chi lo stava leggendo. Quella era la sua città, il suo mondo, tutto il suo universo. Per la prima volta nella sua vita Davide D. si sentì bene. Era leggero, liberato. gli parve di potersi liberare in volo, capì che non gli importava più niente di se, che era pronto ad abbandonarsi. E mentre un ignoto lettore addormentandosi chiudeva col dito nel volume il libro della sua vita, Davide D. si sentì pronto ad incontrare Dio.

Edoardo Erba
 

Perché non si mantengono i segreti.

Qualcuno mi confida un segreto e mi chiede di non rivelarlo. In quasi tutti i casi, prima o poi lo rivelerò, e chi mi ha confidato il segreto deve saperlo. Perché, allora, me lo ha detto? Perché non riusciva neanche lui a tenerlo per sè; e se anche ci fosse riuscito, avrebbe avuto dei lapsus che lo avrebbero tradito.
Le condizioni per ottenere il segreto assoluto sono dunque le stesse che si richiedono per ottenere il vuoto assoluto.
E’ necessario che io sparisca, che spariscano tutti quelli che mi hanno conosciuto, poi che scompaia ogni traccia, diretta o indiretta, della mia esistenza, dunque che scompaia il mondo, il sistema solare, tutto l’universo.

Maurizio Ferraris
scrittore

 

Ora che il maestro era morto l’allievo era l’unico al mondo a conoscere il Segreto dell’universo. Se lui fosse morto il Segreto si sarebbe perso.
Dopo dieci anni di solitudine decise di lasciare la grotta sacra. Doveva tramandarlo. Giunto nella città di Babilonia prese alloggio in una locanda e rifiutò la compagnia di una prostituta che non aveva neanche 14 anni! Nella notte sentì ansimare parecchi uomini mentre si accoppiavano con lei. Il sangue gli si gelò nelle vene quando lei fingendo l’orgasmo per un cliente particolarmente generoso, urlò le Parole Sacre che costituivano il cuore del Segreto.
Pianse il giorno seguente sentendo il Segreto urlato nella piazza da un venditore di filtri d’amore. Le parole che descrivevano il Segreto erano scalfite sulle pareti delle latrine. Tutti conoscevano il Segreto ma, ahimé, il mondo continuava a vivere nella miseria e nell’infelicità.
Poi l’ultimo saggio capì che andava bene così. Il Segreto era custodito nella cassaforte più sicura: la stupidità umana.

Jakobo Fo
artista

 

Cos’è un carcere? Un segreto, chiavi e cancelli. Chiavi che chiudono cancelli ma anche corpi, desideri e sogni. E’ segreto perché è lì che è occultato e segretato tutto il male del mondo. Ma anche uomini e donne come noi. Uomini e donne che hanno sognato troppo forte e hanno trasformato in realtà anche i sogni cattivi. E, allora, di cosa si ride o si piange, quali sono gli incubi e i desideri, gli amori e i rimpianti di chi è privato della libertà? Innocente o colpevole chi vive separato da noi da un muro di cinta ha con se il suo segreto della verità che si porta con se sino all’espiazione della pena.

Davide Franchetti
detenuto

 

Fouquet accenno un colpo di tosse, immediatamente il governatore della guarnigione di Pinerolo si inchinò a terra e uscì all’indietro, lasciandoli soli. La maschera di ferro era sdraiata nella sua poltrona “alla duchessa”, incongrua in quella segreta. “Lady Diana Spencer” chiese la maschera “si porta bene?”. “È la più perfetta bellezza della corte” disse semplicemente Fourquet" e il suo riserbo è esemplare”. “Avete visto i suoi figli?” domandò ancora la maschera di ferro. Fourquet esitò. Il Cardinalministro Mazzarino aveva dato, prima di morire, precise disposizioni - “pensate alle conseguenze per la Corona di Francia!”

Daria Galateria
scrittrice

 

I SEGRETI DEL CUORE

Li custodisco nel cuore, dice.
Tutti i tuoi segreti li custodisco nel cuore.
Non ho mai avuto segreti, dico.
Mai avuto segreti.

Tutti hanno segreti, ma alcuni non hanno memoria,
dice: tu hai i segreti, io ho la memoria.
Non ho mai avuto segreti.
Certo che li hai, dice, e io te li ho portati via per
custodirli. Sei così distratta.

Lente lacrime beffarde scivolano sulle sue guance pallide.
Lente lacrime su lente parole.
Sempre più lente sempre più lente sempre più lente.

Rivoglio i miei segreti. Li rivoglio.
Tutti.
Qui.
Subito.

Li ho nel mio cuore, dice, non temere.

non temo, ma ora lui trema.

I miei segreti.
Nel suo cuore.

I miei segreti.
Nel suo cuore.

I miei segreti.
Nel suo cuore.

Il suo cuore.
Nelle mie mani.

Nessun segreto, solo un muscolo che cola sangue.

Barbara Garlaschelli
scrittrice
 

Può sembrare strano, ma la verità ha bisogno del segreto. Infatti, la verità, almeno quella della scienza (e della democrazia) è in linea di principio pubblica e controllabile. Ma il problema è: quale pubblico? E soprattutto: chi controlla chi? Ogni scopritore - aveva ragione un vecchio professore tedesco, Edmund Husserl - è un genio che insieme svela e occulta.
Senza segreto sarebbe impossibile permanere nella verità. È nel fulgore della luce che nasce l’ombra.
Del resto, sarebbe troppo facile sbrigarselo con la verità dicendo: “Taci, e adorala in ginocchio”. Invece, qualcuno comincia a dubitare e ha il coraggio di alzarsi ritto in piedi.

Giulio Giorello
filosofo

 

Se l’alchimia è dottrina segreta della sostanza arcana, gli alchimisti in prigione, come Giona nella balena, che plasmano la materia per ricavarne scrigni a contenere “il tesoro difficile da raggiungere”, sono per uno junghiano un’immagine feconda. E se la perla è simbolo dell’illuminazione e della nascita spirituale, la ricerca della perla la rappresenta la ricerca dell’essenza sublime nascosto in sé.
Secondo la legenda, la perla nasce per effetto del lampo o per la caduta di una goccia di rugiada nella conchiglia: è la traccia dell’attività celeste e l’embrione della nascita corporea o spirituale.

Vittorio Lingiardi
scrittore

 

Il mio è un classico caso di curiosità che uccide. Tutto inizia con un brutto sogno. Un lampo accecante e una forte sensazione di calore. Devo essermi addormentato mentre stavo lavorando, perché è un brutto periodo di turni intensi per noi elettricisti della città e sono stanchissimo. Raccolgo gli attrezzi e torno a casa e già da allora li vedo. I colleghi di lavoro che mi guardano con la coda dell’occhio e sussurrano. La gente per la strada che si copre la bocca con la mano e sussurra. Il portinaio che appena mi vede prende il telefono e sussurra. Segreti. A casa, mia moglie che mi saluta, mi bacia, come andato il lavoro, siediti che tra poco è pronto...poi si avvicina a sua madre, le appoggia le labbra all’orecchio e sussurra. Allora non ce la faccio più. L’aggredisco. Cos’è questo segreto che mi riguarda e che non posso conoscere? Cos’è? E così vengo a sapere che mentre lavoravo alla centralina c’è stato un corto circuito e ho preso una scossa micidiale. Ventimila volts che mi hanno attraversato così in fretta da uccidermi prima ancora che il mio corpo avesse il tempo di trasmettere l’informazione al mio cervello. Ero morto senza sapere di esserlo. Me l’hanno tenuto segreto. Lo sapevano tutti tranne me. Naturalmente. Perché appena vengo a saperlo, in quel preciso istante, crollo a terra morto. Io li odio i segreti.

Carlo Lucarelli
scrittore

 

Ci sono persone che, oppresse dal peso dei propri segreti, li raccontano ad alcuni amici fidati, raccomandandoli di mantenere il segreto; ci sono i segreti dei servizi, non tanto segreti, che appaiono addirittura sui mille numeri verdi; e ci sono i segreti di tanti segretari che in segreto conducono delle relazioni segrete con la segretaria. Ma io voglio svelare il segreto della felicità: il segreto per star bene é quello di accettare la sofferenza come momento di riflessione e di crescita. Così, paradossalmente, scoprire il ruolo positivo dell’infelicità può essere un modo per vivere più felice.

Romeo Martel
detenuto

 

Un giorno Dio decise di creare un mondo per nascondercisi dentro. Millenni e millenni passarono, quel mondo venne infine abitato dal uomo, e qualcuno cominciò a parlare di questo Dio sconosciuto, a dire che bisognava pregarlo e temerlo. Lui intanto se ne stava nascosto. Ogni tanto rideva piano, per non farsi trovare. Una donna udì quel riso (le donne ci sentono meglio delle uomini), scoprì il Dio nascosto e lo rapì: era molto alta e forte, lo tirò fuori da lì per portarselo a casa, e lui non poté farci nulla. La donna avrebbe potuto avere tutto ora che aveva in mano Dio; ma era saggia e anche un po’ perfida, per cui si accontentò di ficcarlo in un cassetto. Certe sere apre il cassetto e guarda dentro, e ride forte: tanto, anche se la sentono, nessuno immagina che lei abbia rubato Dio agli uomini.

Raul Montanari
scrittore

 

Era una brava bambina. Aveva occhi chiari e tranquilli, una fascia per tenerle indietro i capelli e scarpe allacciate col doppio nodo. Non scarabocchiava sul diario, sedeva composta e andava a letto senza protestare, subito dopo carosello.
Aveva un cane, una lupa che pesava quasi quanto lei con cui s’intendevano a occhiate. La lupa l’accompagnava fino all’entrata di scuola, l’aspettava seduta composta per cinque lunghe ore e le trottava a fianco sulla strada di casa.
Era una brava bambina. Faceva tutti i suoi compiti da sola, la mattina tirava su il letto e lisciava con cura il risvolto delle lenzuola. Perfino i suoi sogni erano composti.
Ma.
Ma quando arrivava la notte usciva nel buio denso del giardino per spiare il cane mugolare alla luna la solitudine della bestia senza il branco. Allora sentiva l’aria tiepida infilarsi sotto al pigiama e il frusciare di una creatura fra i cespugli le insinuava sulla pelle brividi sconosciuti. Allora sentiva i sapori, i sapori della notte, e l’odore del buio e della terra oscura.
E quando arrivava l’estate era lei a seguire la lupa, giù lungo i dirupi pieni di rovi, scivolando sulle foglie morte all’inseguimento di tracce invisibili. Allora le si spalancava di fronte un mondo dove i soliti sensi - la vista, ad esempio - non servivano a niente. Un mondo attraversato dalle strade impossibili degli odori da percorrere con gli occhi chiusi.
Era difficile stare dietro alla lupa che correva, si arrestava, si acquattava o drizzava le orecchie nel percepire vibrazioni imprevedibili. Era difficile affidarsi alla topografia animale, così diversa eppure così obbligata, e rinunciare ai propri punti di riferimento - la casa del contadino, il fienile, il bordo della statale, il campo appena arato e quello rigoglioso, da trebbiare. Era difficile rinunciare ai nomi e alle parole per tuffarsi in un universo denso di riferimenti estranei: la caccia, la preda, l’attacco, la fuga, il branco.

Se ci riusciva, se riusciva a dimenticare la sua appartenenza di specie, i vestiti che s’impigliavano da per tutto e la fascia tesa sulla fronte, allora poteva abbandonarsi all’abbraccio del bosco, oppure correre giù lungo il prato fangoso per rotolare avvinta a quel groviglio di pelo e denti, giù a mescolarsi con l’odore delle piante soddisfatte dalla pioggia, giù nell’estasi sanguinaria del branco...
Perché il lupo era anche questo: digrignare di denti e gerarchie, caccia spietata e sangue. Anche di questo imparò, nelle notti del bosco: della tensione dell’attesa, dell’immobilità perfetta dell’attimo prima. Prima dell’attacco o della fuga. Perché la legge del bosco era fatta di questa sostanza: il terrore di sapersi preda senza smettere di essere cacciatore.
La dura legge degli opposti che si toccano la imparò dal lupo. Dal lupo apprese la propria animalità - una specie diversa, sì, ma pur sempre animale. E dal lupo ricevette il più grande regalo: la felice percezione del proprio corpo vivere.
La felicità del cibo lungo la gola, del sole sulla pelle, del profumo dei fiori che accarezza il palato e ti costringe a chiudere gli occhi. La felicità dell’aria che bruccia i polmoni dopo una corsa, e di un morso bene assestato, dato o ricevuto. E ancora, l’impagabile felicità delle coccole, di addormentarsi fianco contro fianco, pelle contro pelo.
Dal lupo ebbe tutto questo e tanto di più: tutto ciò che non si può raccontare con le parole - che, della vita è la parte più importante.
Ma, tutto sommato, rimase una brava bambina.
Bastava soltanto non farla arrabbiare.

Sabina Morandi
scrittrice
 

Fin da tempi remoti
lottiamo per la libertà
e siamo disposti
per essa
a dare la vita
ma molto più importante
è il segreto
se per mantenerlo
alla libertà rinunciamo

Rita Pastore
detenuta

 

“Sai quand’è che un bambino diventa grande ?”
“Quando?”
“Quando ha il suo primo segreto”. Questo mi diceva mia madre, sovvertendo ogni prudente canone educativo. “È il segreto che taglia il cordone ombelicale, che alza il ponte lavatoio che esclude i genitori, che rende il bambino finalmente padrone della sua vita”.
Ma io insistevo a raccontarle tutto. Proprio tutto.
Mia figlia Isabella - ora ha quattordici anni - è stata allevata da mia madre, dato che io e mia moglie siamo tutto il giorno fuori casa per lavoro. Per anni e anni si sono fate buona compagnia e si sono volute un gran bene. E anche adesso che mia madre è morta, Isabella continua a dialogare con sua nonna e a chiederle consiglio.

Questa mattina ho attraversato il parco del Castello. Una strada che non percorro mai. Un cliente mi attendeva dall’altra parte dei giardini ed ero in ritardo. Per accelerare ho tagliato su per i prati e all’improvviso me la sono trovata davanti Isabella. Ho avuto appena il tempo di scartare, di fare una brusca giravolta, di cambiare direzione. Sono riuscito a evitare che lei mi vedesse. Ma la mia retina è rimasta impressionata. Anziché a scuola, Isabella era lì, sdraiata sotto un albero, mano nella mano con un tipo magrolino, le orecchie a sventola, un nasone gobbuto, qualche pelucco di barba.
Un affanno improvviso mi ha tagliato il respiro, mi ha costretto alla fuga.
Ora sono qui, a casa, che aspetto che rientri. Ho preparato un discorsetto, una ramanzina.

Sento il rumore dell’ascensore, quello della chiave nella toppa.
Oh papa, sei qui!dice, correndomi incontro per abbracciarmi. “Come mai già a casa ?aggiunge, guardandomi con il suo bello sguardo limpido.
Occhi negli occhi, le domando “Come è andata a scuola stamattina?
Bene” risponde di slancio “Sono stata interrogata in italiano e ho preso sette.
La fisso per un lungo attimo in silenzio prima di smascherarla.
Stanotte ho sognato la nonnaesclama, bruciandomi sul tempo.
“Mi ha detto che è ora che io diventi grande.

Augusto Bianchi Rizzi
 

IL SEGRETO

Fin da piccola era stata convinta che niente che non fosse segreto potesse aver valore, e viceversa che tutto ciò che si poteva dire, vedere, fare sotto gli occhi di tutti, in breve manifestare, non avesse alcuna importanza, o addirittura non esistesse.
Istintivamente si predispose a vivere per un unico scopo: scoprire il segreto.
Le persone che entravano in contatto con quella strana bambina avvertivano in lei qualcosa di così appassionato e insondabile, di così violentemente e misteriosamente segreto, che non potevano fare a meno di percepirla come la confidente privilegiata , quella a cui affidare finalmente i propri, di segreti, liberandosi una volta per tutte dal peso dei sensi di colpa, dalla vergogna, in certi casi dall’orrore. Lei accoglieva i segreti inconsapevolmente sollecitati con assoluta indifferenza, e cancellava dalla sua vita quelli che glieli avevano confessato. Ogni tanto si fermava a pensare che il suo destino sarebbe stato di assoluta solitudine, ma non aveva scampo. Si ripeteva: tutto ciò che si può rivelare non ha valore, non ha realtà; quindi chi non ha segreti non esiste, e stare da soli o con chi non esiste è la stessa cosa.

Crescendo cercò il segreto dovunque. Nel dolore; nel piacere; nel sesso; nell’amore; nella letteratura; nella paura; nella crudeltà; nella bontà; nella meccanica quantistica; nel sogno; nel panico. Mise al mondo una bambina con gli occhi blu che sapeva fare molte curiose inoffensive magie: parlare coi rospi, prevedere l’andamento della Borsa, trasformare il fetore in profumo. Quando compì cinque anni fece però una cosa terribile. Andò dalla mamma e le chiese: “Posso dirti un segreto?”. Allora lei capì. Capì che nel momento in cui la figlia le avesse detto il segreto avrebbe cessato di essere reale, e così lei, sua madre.
“Devi proprio dirmelo?” le chiese a sua volta.
La bambina fece un bellissimo spietato sorriso. “Non è che devo, Voglio”.

Susanna Schimperna
scrittrice
 

IL SEGRETO È L’ALLEGRIA !

Attraversai l’androne del penitenziario e fui condotto presso la matricola per essere registrato. Il pretore mi aveva condannato a 10 giorni di segregazione per un diverbio avuto con un vigile a causa di un verde, rosso e giallo di un semaforo. Il vigile fermo sulle sue ed io fermo sulle mie. Una parola tira l’altra ed eccomi qua!
Alla matricola, l’agente penitenziario addetto, dopo avermi fatto firmare il libro dell’arrivo, mi disse: “con l’allegria non ci son segreti ma solo momenti felici...” o per lo meno, così compresi. Ed io per instaurare un rapporto allegro gli raccontai la barzelletta del poliziotto, del finanziere e dell’agente penitenziario, i quali, giornalmente, nel sacchetto portato da casa rinvenivano all’interno un panino con salame, ed ogni giorno era la stessa storia, ed ogni giorno si lamentavano tra loro. Finche il finanziere, con malumore, si rivolse agli altri esprimendo che se il giorno successivo avesse ritrovato pane e salame si sarebbe spaccato la testa contro il muro. Sia il poliziotto che l’agente penitenziario si aggregarono a tale drastica decisione.
Il giorno successivo, immancabilmente ritrovarono pane e salame cosicché si lanciarono a testa bassa contro il muro e finirono all’ospedale. La moglie dell’agente penitenziario con fare mesto fissò il marito negli occhi, poi gli disse: “Posso capire la moglie del finanziere..mi va bene anche per la moglie del poliziotto ...ma tu, i panini, te li facevi da solo!!!”
Scoppiai a ridere all’interno delle stanze adibita a matricola, mentre negli sguardi degli agenti non notai alcun sorriso... forse non avevano capito la barzelletta?? Mi sentii afferrare di peso e, a calci e pugni , fui trascinato in isolamento.
Ed ora faccio fatica a sorridere perché mi fa male il labbro superiore!

Santino Stefanini
detenuto

 

Era un segreto. Segretissimo. Supersupersegreto. Per questo lo voleva nascondere. Mica facile, nasconderlo. Beh, prima l’ho piegato e ripiegato. Con le mani. Poi con la punta delle dita. Con una pinzetta per i francobolli. Alla fine era proprio piccolo. Un enorme segreto, microscopico. Pensavo: adesso lo appiccico sull’unghia del mignolo del mio piede sinistro, una mano di smalto e via. Rosso magari. Viola, magari. Qual è il colore dei segreti? Certi sono verdemarcio, neropece. Questo no, però. E’ scintillante, il mio segreto. Trovare il colore.
Dipingersi anche le altre nove unghie. Seccatura.
Pensavo: dentro un orecchino, ecco dove lo metto. Scintilla, appunto. Fa anche la sua figura. E poi: più evidente, più difficile da trovare.
Il fatto è che pesa: almeno un etto e mezzo di segreto, roba da torcicollo, se non mi si stacca prima il lobo. Sennò: nella borsetta, tanto non ci trovo mai niente nemmeno io, figurarsi un estraneo nemico ficcanaso spione. O nel vaso del basilico: e se una coccinella se lo mangia?, pensavo. Infilato tra il tasto $ e il tasto § della tastiera del computer, quelli non li uso mai. Dentro le pagine di American tabloid: segreto più, segreto meno... nella cuccia del cane, se solo avessi un cane, pensavo. Dentro il ventilatore (sede invernale). Dentro il camino (sede estiva). Nel cassetto dei cucchiaini.

E poi è successo che mi è venuto in mente il posto perfetto e mentre stavo per andarci col mio segreto stretto nella pinzetta e la mano e il polso piuttosto indolenziti, sì, proveteci voi, a star lì non so quanto tempo con un etto e mezzo almeno di segreto in mano, ecco, è successo, prima è stata appena una sensazione di qualcosa di cambiato senza che me ne accorgessi e poi una consapevolezza istantanea, la pinzetta leggerissima: insomma chissà dov’era cascato dov’era finito rotolato, chissa, il mio segretosegreto.
Andato a nascondersi da solo, sì, saggiamente dal suo punto di vista, poiché io non mi decidevo, ma non dovrebbero essere almeno un pò pazienti, i segreti? Non è innata in loro una silenziosa, placida, sterminata capacità di attesa? Adesso non so più dov’è. E comincio a non ricordarmi neanche più bene com’era. Anzi: non sono nemmeno più così sicura di avercelo mai avuto, l’accidente di segreto. E così, penso “avevo un segreto. Forse”.
Dopotutto, posso sempre dipingermi le unghie dei piedi.
Comprare un cane, non se ne parla nemmeno.

Anna Maria Testa
scrittrice
 

Io sono sempre stata come sono
anche quando non ero come sono
e non saprà nessuno come sono
perché non sono solo come sono.

Patrizia Valduga
scrittrice